L’esperienza dell’arte

L’esperienza dell’arte. Laboratori e attività creative per l’infanzia, Cristina Francucci, Lapis Edizioni, 2014
copertina
“Sono per l’arte che si intreccia con la vita di tutti i giorni e nello stesso tempo ne salta fuori. Sono per l’arte che il bambino lecca dopo averle tolto la carta (…)” Claes Oldenburg
SAMSUNG SAMSUNG
Il libro è suddiviso in 3 grandi temi, presenta 6 artisti di riferimento, sostanzia il metodo del ‘Conoscere, Sentire, Fare’ e propone numerosi laboratori! E’ un libro ben fatto, con delle parti che si possono anche ritagliare e riutilizzare, Con tante idee che si possono ripetere, anche cambiando le immagini proposte. I laboratori sono corredate da tante foto e tante brevi schede, che sintetizzano per punti l’occorrente, le modalità e le procedure da seguire. La veste grafica è piacevole e risulta molto stimolante anche per l’adulto che può leggerne diversi livelli. Interessanti sono la trasposizione di esercizi da fare per introdurre gli argomenti (dall’esplorazione del corpo davanti allo specchio, a dei giochi per osservare la natura). Molto tenera e divertente la sezione ‘La Parola ai Bambini’ dedicata ai commenti raccolti durante i laboratori.
SAMSUNG SAMSUNG
Perché leggere L’esperienza dell’arte:
- E’ un libro in cui le immagini stesse rappresentano più la forma dell’approccio che non solo il supporto visivo dell’esperienza.
- Focalizza in tre percorsi possibili altrettanti argomenti artistici, intrecciandoli con esperienze quotidiane dirette che agevolano conoscenza e incrementano le abilità.
- Stimola l’osservazione dei contesti e degli ambienti, attirando l’attenzione dal micro al macro e viceversa in un gioco continuo di visioni.
- Si presta a infinite applicazioni: dalla ricerca delle similitudini con gli oggetti alla narrazione attraverso i disegni, dagli esperimenti grafici alla realizzazione di giochi di società!
- E’ un libro per tutti quelli che abbiano voglia di sperimentare insieme ai bambini, non solo per gli addetti ai lavori.
SAMSUNG SAMSUNG

    La pedagogia della domanda

    Questo mese la rubrica ospita l’opinione di chi vive la scuola da dentro. Lorena Figini insegna, conduce un blog su didattica e pedagogia, coltiva passioni artistiche, si dedica agli altri e cura un’interessante pagina fb. Della sua storia mi ha incuriosito, tra l’altro, l’argomento della sua tesi in didattica della poesia. Di Lorena condivido il tono con cui parla dei sui argomenti e la spinta alla condivisone delle esperienze per crescere, migliorare, confrontarsi.

    0597

    La mia idea di didattica
    Negli anni, osservando e provando in prima persona il lavoro in classe, sono arrivata a un’idea secondo me fondamentale nella didattica: non bisogna avere certezze, ma tantissimi dubbi. Nessuna pratica è giusta o sbagliata di per sé, ma va calata nel contesto (bambini, ma anche genitori e colleghi), va soppesata e studiata nelle sue valenze positive e negative. È per questo che non rinnego pratiche del passato (una su tutte il dettato) o non esalto alla follia pratiche più moderne (i tablet, per dirne una), ma cerco sempre di chiedermi cosa serve in quel momento per quella classe, formata da quei bambini e soprattutto in quel momento.
    Alcuni dei temi a me cari
    PICT6812 PICT6796
    1. La poesia a scuola

    “Prima del laboratorio cosa pensavi della poesia? 5 – 10 versi messi insieme. Ora cosa ne pensi? Un insieme di sentimenti, cose fantastiche, quello che pensiamo…”
    Fare poesia a scuola è spesso una pratica standardizzata e limitante nella scelta di autori e generi poetici. È per questo che ho scelto la didattica della poesia come percorso di tesi, durato la bellezza di un anno; il progetto mi ha permesso di approfondire l’approccio adeguato alla poesia che gli insegnanti possono mettere in atto per renderla più piacevole, ma soprattutto più alla portata dei bambini. Se la poesia viene conosciuta come una realtà, bella, utile, facile da comprendere, avremo fatto il primo passo e potremo poi portare i bambini a un livello più alto, con testi più difficili, via via alla loro portata. Per portare i bambini sulla via di una poesia divertente e giocosa, ho utilizzato abbecedari, acrostici, filastrocche, limerick, fànfole, haiku, autoritratti visivi e calligrammi… in modo che si sciogliessero e iniziassero ad amare una poesia diversa, leggera, ma via via più elaborata. In seguito ho utilizzato il metodo proposto dal poeta Kenneth Koch e ho fatto scrivere poesie attraverso anafore quali “Vorrei…”, “Se fossi…”, “Nessuno sa…”, “Io…”, “Solo…”, “Una volta… ora…”, eccetera: i bambini hanno potuto scrivere testi collettivi e individuali non banali, perché le idee proposte da Koch fanno sì che nei bambini cresca la voglia di scrivere ancora, si sentano un po’ poeti e si azzardino a sperimentare, attraverso le parole, contenuti che convenzionalmente non sono considerati poetici. Poesie irriverenti e divertenti, che i bambini desideravano leggere e regalare ai compagni. È stata una bella avventura, un insegnamento per me, per le mie colleghe e per i bambini: per iniziare a fare poesia con meno schede (ma anche quelle servono) e più fantasia, meno frasi fintamente poetiche (primavere e fiorellini) e più emozioni (anche rabbia, dolore, malinconia, che sono emerse così bene dalle poesie dei bambini). Un lavoro propedeutico all’analisi di testi poetici più complessi, ma che permette di amara la poesia per quello che è: una via per raccontare se stessi e il mondo attorno a noi.
    autoritratto_0007 ayoub PICT6808
    2. La sfida dell’inclusività

    La scuola deve essere inclusiva. Inclusiva verso i bambini stranieri che in Italia sono sempre di più e spesso sperduti in un nuovo universo per loro a volte incomprensibile. Ma soprattutto inclusiva nei riguardi della diversità in generale: ieri l’handicap (ora più accettato), oggi tutta una serie di necessità che i bambini hanno e che noi insegnanti dobbiamo tener presenti. Disturbi legati a handicap, autismo o altre situazioni, a difficoltà di apprendimento (lettura, scrittura, calcolo) o a sindromi di iperattività ci portano a trovarci davanti a bambini con i più svariati bisogni educativi (o meglio didattici) speciali. Ecco allora che l’insegnante di classe deve diventare anche insegnante di sostegno e la didattica deve diventare il più possibile una didattica personalizzata e individualizzata, se vogliamo che ogni bambino sia non integrato (perché l’integrazione prevede che il diverso sia inserito insieme agli altri) ma incluso, intendendo l’inclusione come l’unione di tante persone diverse, ciascuna con le sue caratteristiche positive e negative, ciascuna unica, che insieme agli altri deve contribuire a creare una classe quanto più inclusiva possibile. Questa è oggi la sfida degli insegnanti, sfida che io personalmente ho raccolto e cerco di non dimenticare nella pratica didattica quotidiana.
    PICT6778 PICT6770
    3. La pedagogia della domanda

    È un po’ il mio motto: la pedagogia deve basarsi sulla domanda. E la didattica anche. Iniziamo dalla didattica: bisogna insegnare ai bambini a porsi domande su tanti fronti. Devono chiedersi il perché delle cose: perché succede questo (in storia, in scienze, in italiano, in tutto!), perché lo devo sapere, perché lo devo ricordare, perché funziono così, perché ricordo le cose che ho studiato oppure faccio fatica, perché il mio compagno lo sa fa fare e io no, cosa serve a me per saperlo fare (evviva la meta cognizione, a questo dobbiamo portare i bambini). Porsi domande, per sviluppare uno spirito critico fondamentale per affrontare la vita. Lo stesso vale per noi insegnanti: non fermiamoci alle pratiche note, ma nemmeno all’ultima moda di una metodologia didattica piuttosto che un’altra, ma continuiamo ad approfondire, a studiare, a chiederci cosa serve davvero a questi bambini (non quelli del 2014, ma quelli della classe che abbiamo di fronte, o meglio del singolo bambino che abbiamo in classe). Cerchiamo di conoscere tutte le metodologie e le strategie didattiche, ma non applichiamole solo perché qualcuno ci ha detto che funzionano: sperimentiamo, sì, ma sempre pensando al perché, perché qui, perché ora, perché con quel bambino. Solo così potremo offrire a bambini e genitori un servizio valido, aggiornato e soprattutto ragionato.

      #DABcampagnacontro: i pennarelli

      SAMSUNG

      State per leggere un articolo che fa parte del ciclo #DABcampagnacontro. Attraverso questo ciclo voglio esprimere le mie opinioni in merito a prassi, consolidate e dilaganti, legate a bambini e creatività. Non piacerà a tanti, sicuramente non a tutti. Non è mia intenzione giudicare persone. Piuttosto attirare l’attenzione su pratiche diffuse, che condizionano comportamenti, e creare un dibattito che ne faccia emergere punti di forza e di debolezza, per migliorare approcci e condizioni. Tutte le mie considerazioni sono frutto di esperienza diretta. Comincerò col parlare dei Pennarelli!
      SAMSUNG SAMSUNG
      Durante i miei laboratori propongo i pennarelli in una veste altra, rispetto al ruolo di riempitivo di spazi delimitati. Non sono contraria per principio, neanche per snobismo, ma per quello che ho visto e vissuto. Fugando ogni equivoco affermo che non ho nulla contro lo strumento ‘pennarello’ in sé (ogni strumento ha potenziale, valore o difficoltà intrinsechi) ma contro l’uso poco creativo e generico che se ne fa.
      Seleziono materiali, tipologie di colori e tecniche a seconda del tipo di percorso che intendo realizzare, nella mia lista non troverete il barattolo di pennarelli a punta larga per colorare. Il motivo è presto detto: lo si propone talmente tanto e ovunque (a scuola, casa, in ludoteca, in viaggio, in spiaggia, al ristorante…) che il suo uso è diventato eccessivo, smodato, quasi esclusivo. I bambini e le bambine senza i pennarelli si sentono persi, tanto da bloccarsi e sentirsi smarriti. Ho visto bambini con un disagio tale davanti all’assenza dei pennarelli da scomodare le lacrime! Ho sentito bambini dire: ‘Senza non so disegnare!’. Ho osservato bambini, anche di 3 anni, cercare i pennarelli come un faro nella notte. Francamente mi sembra troppo!
      SAMSUNG SAMSUNG
      Una cosa non vale l’altra
      Il pennarello dovrebbe essere una possibile scelta tra il molteplice. Non l’unico modo con cui riesco ad esprimermi. Occorre porre molta attenzione a quello che trasmettiamo in maniera consapevole o meno. Perché non è vero che una cosa vale l’altra. Non è vero che indipendentemente da quello che utilizzo avrò lo stesso risultato. Non è vero che ha più valore il disegno preciso (con contorni in nero e colorato dentro), che imita la realtà, rispetto ad un opera che investiga il materiale o che gioca con le forme.
      I pro e i contro dei pennarelli
      Mi sono spesso chiesta il perché di tanta fortuna del pennarello, rispetto ad altre tecniche che stimo più congeniali ai bambini. Ovvero più intuitive e maneggevoli. Mi sono risposta che i pennarelli sono comodi, sporcano poco, hanno bisogno di nessun tipo di preparazione prima, né di sistemazione dopo l’utilizzo. Forse anche motivazioni commerciali. Oppure perché il pennarello si richiude il tappo e viene messo via con rapidità e poca fatica. Si trasporta facilmente. A differenza del lavoro che c’è dietro colori da usare col pennelli, come tempere, che necessitano di maggior tempo e attenzione. Tuttavia lo stesso tipo di comodità-se così possiamo chiamarla- lo riscontro , per esempio, anche per cere e carboncini.
      Usare in maniera esclusiva i pennarelli annichilisce capacità e competenze che vengono sviluppate attraverso altre strade. Si disimpara l’attesa accrescendo l’idea errata che tutto abbia un tempo uguale e breve. Incrementa l’omologazione di tecniche e soggetti da disegnare. Cristallizza un certo tipo di manualità, fino a disabituarsi a fare altri tipi di movimento. Cosa che produce insicurezza e rifiuto davanti a proposte diverse. E se non si corrono rischi e non si commettono errori si alimenta la paura di sbagliare.
      Lo stereotipo del foglio bianco (A4) e del barattolo di pennarelli a punta maxi…mi fa rabbrividire.
      SAMSUNG SAMSUNG
      Allora sono proprio da buttare?
      Ovviamente no! E’ errato farne il centro dell’universo come escluderli totalmente dalle sperimentazioni. Proviamo a stravolgiamone l’uso: bagniamo il foglio per create sfumature o forme diverse da quelle che abbiamo creato; facciamo un disegno a tecniche miste abbinandoli ad altri tipi di tecniche; utilizziamo tutte le punte disponibili sul mercato (non solo quelle grosse!!) per riconoscere e differenziare i tratti e lavorare- per esempio, sulle trame. Utilizziamolo su supporti che non siano carta, ma per esempio pietre e notiamo il cambiamento di tono quando il colore si assorbe. Oppure mettiamone la punta in acqua e vediamo colorarsi il liquido e utilizziamolo, così, disciolto. In qualunque maniera lo adoperiamo quello che conta è che sia una scelta. Durante i miei laboratori, investo molto tempo ed energie a raccontare anche altro. Ad invitare i bambini e le bambine a fare scelte personali, autonome rispetto alla ‘regola generale’. Lasciare i materiali a disposizione perché la creazione è libera se libero mi sento di scegliere: il supporto e sue dimensioni, la tecnica, il soggetto, il tempo di realizzazione e, quando è possibile, anche il momento in cui creare. Purtroppo non sempre ho a disposizione un tempo tale per accompagnare i bambini in una lenta riflessione su se stessi. Ma non perdo occasione per mostrare che i pennarelli sono una possibilità. Tra tante.