Archivio della categoria: L’esperienza

Catalogo Narrato #3

Arriva alla sua conclusione la pubblicazione del Catalogo Narrato delle insegnanti della Scuola dell’infanzia Arcobaleno creato in seguito alla mostra ‘Maestra, facciamo un’Arte?’. Qui per conoscere tutto il progetto e leggere gli altri interventi pubblicati. Il contributo delle insegnanti Maria Teresa Aversa e Annamaria Coccetti ci raccontano due aspetti fondamentali come la documentazione di un percorso e i diritti che ciascun bambino e bambina ha in merito all’arte e alla Cultura. Per tenere sempre a mente che con i più piccoli il lavoro è costantemente a tuttotondo e che dipende sempre dall’ambiente in cui li immergiamo, dalla opportunità che gli regaliamo e dalla fiducia che decidiamo di accorare loro.
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La pratica della documentazione va intesa come processo che produce tracce, memoria e riflessioni, negli adulti e nei bambini, rendendo visibile le modalità e il percorso di formazione e permettendo di apprezzare i progressi dell’apprendimento individuali e di gruppo.
(INDICAZIONI NAZIONALI 2012)
Realizzare un progetto nella scuola dell’infanzia è un percorso complesso che si snoda attraverso più fasi: la stesura con gli obiettivi che ci si propone di raggiungere, la motivazione, l’elaborazione e le conclusioni che prevedono la valutazione e la documentazione. La fase dell’elaborazione e quella della documentazione sono strettamente legate. Documentare vuol dire riuscire a cogliere i momenti salienti dell’elaborazione per poi comunicarli all’esterno attraverso foto, disegni e video; ma sono possibili anche altre forme di documentazione, come nel caso del progetto “Maestra, facciamo un’arte?” attraverso una mostra in cui sono stati esposti una parte degli elaborati.
La documentazione non deve essere intesa come un resoconto del lavoro svolto, ma come un percorso che viene previsto fin dall’inizio: bisogna aver chiaro cosa mettere in risalto, decidere se di quella specifica attività è necessario immortalare un singolo istante o la sequenza di più azioni che portano alla realizzazione di un elaborato.
A fine anno scolastico tutti i lavori dei bambini vengono rilegati e consegnati alle famiglie. Completa la documentazione un CD di fotografie in cui viene “raccontato” attraverso le immagini il percorso che i bambini hanno fatto e che ha portato alla realizzazione dei progetti previsti.
Il materiale consegnato ha anche un valore da un punto di vista affettivo-emozionale in quanto riesce a far partecipi le famiglie di una parte della vita dei loro bambini cosa che altrimenti non sarebbe possibile.
Nello sviluppo del progetto “Maestra, facciamo un’arte?” abbiamo seguito tutto l’iter “tradizionale”, ma la nostra scelta di rendere visibile questo percorso “artistico” con una mostra aperta alla cittadinanza richiedeva un tipo di documentazione pubblica del lavoro fatto e di quello che sarebbe seguito. In questo nostro intento ci è venuto in aiuto il web. Nell’era dei social abbiamo creato un evento Facebook su cui, attraverso notizie flash, corredate da foto, abbiamo raccontato non solo il dietro le quinte dell’allestimento della mostra, ma anche le motivazioni della nostra scelta, come è stato deciso il titolo del progetto, le emozioni dei bambini nell’attesa di vedere la “loro” mostra, le loro riflessioni, le loro aspettative e finalmente l’inaugurazione. Sono stati raccontati i due giorni di apertura al pubblico, la chiusura e le considerazioni finali di quest’esperienza.
Tutto questo è avvenuto in tempo reale permettendo sia ai genitori sia agli utenti di Facebook di seguire l’evento, commentare i nostri post, o di mettere un semplice “like”.
A completamento della documentazione ha avuto una notevole importanza anche l’aspetto multimediale. All’interno della mostra è stato predisposto un pannello su cui, attraverso un video-proiettore, scorrevano le immagini dei bambini durante la realizzazione dei lavori. È stato molto interessante ascoltare i bambini che, davanti a quel “maxi-schermo”, parlavano tra loro del percorso fatto: -“Guarda, ti ricordi questo?”- -“Si facevano tutti gli schizzi!”-
o mentre descrivevano ai propri genitori quello che accadeva nelle singole foto, in una specie di “documentazione narrata” dai diretti protagonisti.
Maria Teresa Aversa

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Esistono viaggi inaspettati, intensi ed emozionanti, che ti fanno sorridere, ti segnano, aprono percorsi.
Questo viaggio inizia da un libro: la “Carta dei diritti dei bambini all’arte e alla cultura” (2011).
“I bambini hanno diritto:
Art.2 – a sperimentare i linguaggi artistici in quanto anch’essi “saperi fondamentali”;
Art.9 – a condividere con la famiglia il piacere di un’esperienza artistica;
Art.12 – a vivere esperienze artistiche e culturali accompagnati dai propri insegnanti, quali mediatori necessari per sostenere e valorizzare le proprie percezioni;
Art.18 – a poter partecipare alle proposte artistiche e culturali della città indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche di appartenenza, perché tutti i bambini hanno diritto all’arte e alla cultura”.
Ho letto la “Carta dei diritti dei bambini all’arte e alla cultura” con curiosità e passione, e gli articoli sopracitati sono diventati i principi ispiratori per lo sviluppo del progetto “Maestra, facciamo un’arte?”.
Ho sempre pensato che il primo compito di un insegnante sia quello di aiutare i bambini a diventare persone capaci di pensare, di elaborare la realtà attraverso una prospettiva più ampia, senza stereotipi e condizionamenti sociali e culturali. In questo senso l’arte è uno strumento privilegiato per educare i bambini al gusto del bello e del buono; offre conoscenze, stimola nuove visioni, sensibilità e competenze; forma un adulto più curioso, più propenso a farsi domande e cercare risposte.
Nella prima fase del progetto abbiamo lavorato mediante laboratori strutturati come luoghi di creatività e di sperimentazione, di scoperta e di autoapprendimento: attraverso l’utilizzo di varie tecniche pittoriche e manipolative i bambini hanno avuto la possibilità di mettersi in ascolto con sé stessi, di esprimersi liberamente in opere personali che costituiscono anche un valido strumento attraverso i quali l’insegnante può capire più profondamente certi stati d’animo, può cogliere i feedback che i bambini inviano attraverso linguaggi non verbali. Le attività artistiche portate avanti nel corso dell’anno hanno aiutato i bambini a sviluppare le loro capacità comunicative, a condividere i loro stati d’animo ed emozioni, a costruire relazioni efficaci con i compagni. In questo scenario la figura dell’insegnante diventa fondamentale. Egli, commentando in modo costruttivo, dà spazio alla creatività innata degli alunni, propone loro nuovi stimoli per farla fluire, li incoraggia affinché scelgano e definiscano un loro personale stile artistico. L’insegnante, tenendo sempre presente il ruolo attivo del bambino, diventa un mediatore coraggioso che abbandona le vie battute, sperimenta e stravolge improvvisamente i suoi piani per cambiare direzione.
Per il raggiungimento dello sviluppo e della crescita degli alunni è necessario che la scuola, da luogo chiuso e autoreferenziale, si trasformi sempre più in luogo dinamico, pedagogico e aperto sia alle famiglie sia al territorio in cui opera; devono cadere le barriere che separano gli spazi dell’apprendimento in modo tale che l’ambiente diventi un luogo di educazione, una comunità educante in cui la cultura è integrata con la vita reale.
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In questa prospettiva la seconda fase del progetto si è svolta con l’esposizione pubblica dei lavori dei bambini che è stata fondamentale per la costruzione della loro autostima, per accrescere la loro sicurezza, per aiutare la comunità a capire le potenzialità dell’arte e dell’espressività dei più piccoli. L’insegnante costituisce il ponte di collegamento tra la scuola e la famiglia, e la mostra del progetto ha contribuito a costruire rapporti di fiducia e continuità con i genitori e a creare un terreno favorevole nel quale il contesto scolastico, quello familiare e il territorio hanno trovato un lessico condiviso. Per questo motivo la mostra “Maestra facciamo un’arte?” si è svolta nella Sala delle Esposizioni Temporanee del Comune di Poggibonsi e l’Amministrazione Comunale ha collaborato a questo progetto didattico, potenziando così l’interazione tra i soggetti che gestiscono la formazione attraverso un dialogo vivo e aperto.
Come in apertura, termino il racconto di questo viaggio con le parole di un libro, in un senso di circolarità che ha caratterizzato in modo forte l’intero progetto, sia nella parte contenutistica che in quella formale, sia nell’installazione della mostra che nei legami tra scuola, famiglie e territorio. Pensando a tutti i bambini che hanno vissuto questa esperienza trovo nei miei pensieri un punto di unione con le parole del pittore Mark Rothko (che per 20 anni è stato professore d’arte al Brooklyn Jewish Center) perché credo fortemente che l’arte abbia l’enorme potere di unire attraverso fili INVISIBILI ma POTENTI.
“La maggior parte di questi bambini perderà probabilmente la propria immaginazione e vivacità con la maturità. Ma alcuni non lo faranno. E si spera, che nei loro casi l’esperienza di otto anni [nella mia classe] non sarà dimenticata e continueranno a trovare la stessa bellezza su di loro. Per quanto riguarda gli altri si spera che la loro esperienza li aiuti a far rivivere i loro primi piaceri artistici nel lavoro degli altri”. Mark Rothko, tratto da New Training for Future Artists and Art Lovers, 1934.
Annamaria Coccetti
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    Il catalogo Narrato #2

    Continua la pubblicazione del ‘Catalogo Narrato’, brevi saggi delle insegnanti della Scuola dell’infanzia Arcobaleno creato in seguito alla mostra ‘Maestra, facciamo un’Arte?’. Qui per conoscere tutto il progetto. Il contributo delle insegnanti Monica Benedetti e Fiorella Bandinelli ci raccontano un approccio alla sfera emotiva di bambini e bambine e un’analisi del ruolo di chi educa. In un continuo dialogo del mondo adulto-bambino, docente-discente, per comprendere che la crescita e l’arricchimento non sono mai a senso unico.  
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    ASCOLTARE I BAMBINI A SCUOLA di Monica Benedetti
    La Scuole dell’ Infanzia è una scuola del Fare. Tutti gli apprendimenti passano attraverso l’esperienza diretta del bambino, presentata attraverso il gioco, libero o strutturato che sia. Osserviamo i bambini mentre giocano: sono concentratissimi in quello che stanno facendo, la loro attenzione è completamente focalizzata in quella attività, capita che non sentano chi li chiama, talvolta non sentono neppure l’urgenza dei propri bisogni fisiologici. Sono nel “qui ed ora”, il resto, tempo e spazio, non esiste. Non si accorgono neppure che qualcuno li sta osservando.
    Difficilmente noi adulti riusciamo ad essere così “connessi” con noi stessi, neppure al massimo della nostra concentrazione. A volte, osservandoli nel gioco, sembrano rapiti, attori di un mondo parallelo di cui tu, da fuori, non puoi che cogliere piccoli stralci ed attribuirgli un significato necessariamente parziale.
    Cosa riusciamo a comprendere, noi adulti, del loro viaggio, delle loro emozioni, dei loro pensieri, di quell’ abbozzo di idea del mondo che va formandosi in quell’alternarsi di momenti di interazione con il mondo esterno e momenti di viaggi ” in solitaria”? Personalmente ritengo che per ridurre il più possibile le nostre libere interpretazioni, l’unico modo possibile oltre all’ osservazione sia rivolgersi direttamente a loro, ed “intervistarli”, nel tentativo di poter utilizzare un canale comune, il linguaggio verbale, appunto, che possa aiutare noi adulti a comprendere, monitorare, sostenere, talvolta provare a modificare processi che ignoriamo.
    Quando mi fermo a parlare con un bambino ( e “mi fermo” non è assolutamente usato in senso metaforico), percepisco immediatamente un desiderio di essere ascoltato. Siamo tutti, sempre, troppo di corsa, qualunque sia il lavoro che svolgiamo o la vita che conduciamo. Abbiamo disimparato, in tutta questa velocità che ci viene richiesta, che se chiediamo qualcosa a qualcuno dobbiamo poi essere nella condizione di poter ascoltare ciò che Lui ci risponde. Un bambino mette “a dura prova” la nostra capacità di ascolto: quando facciamo una domanda, inconsciamente abbiamo previsto un tempo, che a noi sembra ragionevolmente sufficiente, per la sua risposta, un tempo adulto, e invece no. Lui inizia il suo discorso guardandoti, poi fa una pausa, gira lo sguardo, nella sua mente ricerca quella parola che proprio non gli viene e ci mette in crisi, perché ci fa “perdere tempo” ( a volte la sua attenzione è catturata da quel piccolo ragnetto che si sta calando lungo il vetro della finestra…). Così, noi adulti ci lanciamo nella donchisciottesca impresa di suggerirgli noi l’ agognata parola, secondo la nostra esperienza di adulti, col nostro personale bagaglio culturale ed emotivo, per fare prima. Lui interrompe la sua ricerca, ti guarda come sospeso, ascolta il tuo suggerimento, che non è mai quello che stava faticosamente cercando, non è soddisfatto e così è costretto a tornare indietro, là dove il suo pensiero è stato interrotto, e chissà, forse la coda di quel pensiero è già volata via, andata per sempre….
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    La creatività linguistica dei bambini è davvero sorprendente. Talvolta usano i termini in modo bizzarro e riescono con una sola parola a farci percepire in modo sincretico concetti molto elaborati, che noi adulti spiegheremmo con lunghi giri di parole, ma loro no, nel bel mezzo della frase , ZAC! Piazzano lì quell’ aggettivo, o coniano un nuovo avverbio, e in un momento spalancano una finestra nella tua mente e ti trasmettono significati che tu non sospettavi facessero già parte del loro bagaglio di apprendimento.
    Se davvero vogliamo ascoltare un bambino, dobbiamo essere in grado di garantire le condizioni perché ci sia un emittente, un messaggio e un ricevente, cioè noi. I nostri occhi devono essere all’ altezza dei suoi. Il tempo deve essere dilatato, senza ansia, senza un “a priori”; il nostro animo deve essere aperto, disponibile all’ accoglienza, concentrato, senza aspettative, giudizi o pregiudizi. Dobbiamo essere anche pronti ad assumerci la responsabilità di cosa potremmo incontrare là dove ci condurrà, perché i bambini non decidono a priori, come noi adulti, il grado di confidenza che intendono darti, se tu chiedi, loro rispondono. Mano a mano che crescono, poi, avranno bisogno di potersi fidare, di sapere che qualunque cosa ci diranno sarà solo raccolta, e basta; con più siamo riusciti a comunicargli i nostri pensieri e le nostre emozione, con più ci affideranno i loro.
    Non sempre per noi è possibile essere “capaci di ascolto”, ci sono giornate in cui, per cause contingenti o stati personali, non è possibile proporre un’ attività di questo tipo. Ma come spesso si dice sul tempo trascorso con i bambini, non è importante la Quantità, ma la Qualità con cui ci accingiamo all’ascolto.
    Chiediamo così tante volte a loro di ascoltarci durante una giornata! Quasi che questa sia una prerogativa riservata solo a loro; li consideriamo dipendenti da noi adulti e li releghiamo in un ruolo subordinato, anche nell’apprendimento.
    Ma questa non è la realtà, ed ascoltarli è un modo per riconoscerli nella loro identità, e ribadire il loro DIRITTO AD ESSERCI, qui ed ora, esattamente come sono.
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    “IL LIBRO CHE SPIEGA COME FUNZIONA LA MOSTRA E L’ARTE”
    (titolo scelto dai bambini)
    Giunti alla fine del percorso di creazione, dopo che ognuno aveva realizzato le sue opere, ho intervistato individualmente i bambini e trascritto fedelmente le risposte, a proposito di: cosa è l’ Arte, che significa “fare una mostra”, perché secondo lui/lei abbiamo deciso di farne una, chi decide se un quadro è “bello o brutto”, se a lui/lei è mai capitato di fare un disegno “brutto”. Alla fine dell’ intervista, abbiamo lasciato scegliere ad ognuno due dei lavori realizzati che voleva fossero esposti alla mostra; questa opportunità di scelta ha riscosso un enorme entusiasmo, e mi ha dato la sensazione che li trasformasse in protagonisti attivi della nostra iniziativa.

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    IL PUNTO DI VISTA DELLA MAESTRA di Fiorella Bandinelli
    Mi chiamo Fiorella e sono sempre stata un’insegnante di scuola dell’infanzia.
    Ho all’attivo una trentina d’anni di servizio nella scuola, continuo la mia attività professionale con entusiasmo e passione come un’insegnante “giovane da più tempo”.
    Ho sempre creduto che la cosa più bella sia lavorare con le persone.
    Con i bambini, quotidianamente, incontro la vita nei suoi vari aspetti e in tante variegate situazioni esistenziali.
    Avere contatto diretto per tante ore al giorno con i bambini mi dà gioia e mi sento fortunata di avere tra le mani il futuro educativo delle generazioni.
    Questa mia attività, se pur impegnativa e faticosa, mi offre gli stimoli e i significati che mi aiutano a tenere sempre alte le motivazioni intrinseche di cui ho costantemente bisogno per crescere e trovare il senso alla mia professionalità.
    Per questo mi dedico alle relazioni e alle attività con i bambini con passione perché le ritengo degne di valore al di là del risultato che ne può derivare.
    In questi anni ho camminato nella scuola e varie Riforme si sono succedute: cambiavano gli approcci, i modi di programmare e documentare, la terminologia specifica… ma un punto fermo è sempre stato il bambino col suo bagaglio umano e familiare e … “la mia idea di scuola”. Una scuola ideale fatta di relazioni e attività di testa, cuore e mani, miscelata da piacere (gioco) impegno (apprendimento) gratuità, solidarietà (cuore) e lavoro manuale che ogni giorno si confronta e media con la scuola reale.
    Quest’anno, con i bambini, ci siamo divertiti a giocare apprendendo con l’arte.
    Già il titolo del progetto nasce da una domanda spontanea di un bambino alla sua insegnante: “Maestra facciamo un’arte?”.
    Per me questa è poesia e mi spalanca un mondo affascinante e misterioso fatto di creatività, meraviglia, gratuità e consapevolezza.
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    Una mattina a scuola mi ero preparata una bella attività che prevedeva la preparazione da parte mia di pezzi di cartone riciclato. Così arrivai a scuola con una scatola e mi misi a tagliarla per preparare i pezzi. Molti scarti caddero sul tavolo. Erano strisce di varia grandezza e forma. Alcuni bambini che avevo intorno, senza che io ci facessi caso, presero gli scarti e con forbici, pennarelli e colla (materiale a loro disposizione) si misero al tavolino a giocare. Mi incuriosii, mi avvicinai e…. con mio stupore vidi che i bambini avevano creato uno zoo spettacolare!
    Quegli scarti erano diventati giraffe, tigri, pappagalli, gatti…..
    Ancora una volta ho avuto la conferma che ogni bambino è unico e irripetibile e porta con se un bagaglio di potenzialità originali.
    Le idee creative dei bambini emergono in modi non lineari, vedendo connessioni e similitudini a cui non avevo mai fatto caso.
    In più, attraverso la loro arte, i bambini avevano ribaltato quello che mi ero “costruita” per loro.
    Ogni volta mi riportano a constatare che i principi canonici delle cose e del pensare con i bambini è sovesciato. Loro sentono con gli occhi, vedono con le mani, assaporano con il cuore e parlano in silenzio.
    Ben volentieri mi sono sentita liberamente costretta a modificare quell’attività preparata, regolandola sulla spontaneità artistica e riflettendo successivamente con loro sull’esperienza.
    Ho capito, ancora una volta, che la flessibilità nella programmazione è un atteggiamento utile e necessario (ma non facile) e ha bisogno di tanta umiltà per reimpostare le attività secondo i bisogni dei bambini.
    La creatività artistica dei bambini per esprimersi ha bisogno di un ambiente incoraggiante e stimolante.
    C’è bisogno, anche, di uno sguardo lungo e profondo per accorgersi, decodificare e riconoscere la ricchezza creativa che ogni bambino fa emergere nelle sue produzioni artistiche.
    Sento che è importante creare le condizioni favorevoli perché tutto questo avvenga.
    Condizioni che si concretizzano in atti come assecondare la spontaneità collegata al proprio modo di pensare, fornire un ambiente accogliente ma regolato, ascoltare senza dare soluzioni, avere a disposizione un ambiente plurimaterico in modo che ne possa fruire liberamente, avere il tempo per poter riflettere insieme sull’esperienza fatta.
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    L’ esperienza con i bambini mi ha reso consapevole che non devo occupare spazi ma generare processi positivi.
    Un momento edificante nello svolgimento del progetto è stata un’attività di gruppo sulle caratteristiche della comunicazione interpersonale.
    Attraverso un gioco di gruppo i bambini hanno notato le diversità di ognuno.
    Hanno detto che quando parliamo con gli amici ci facciamo dei regali: le parole! E hanno immaginato che la comunicazione è come una corda dove sono attaccate tante letterine/parole tenuta in mano ai due lati dalle persone che si parlano.
    La corda viene lasciata da chi trasmette e tirata da chi riceve.
    L’esperimento è stato fatto concretamente in classe in cerchio ed è stato veramente divertente ed efficace.
    Sono emerse dai bambini alcune considerazioni: per parlarsi bisogna guardarsi, attivare i sensi, che la comunicazione è gratis, che la relazione comunicativa è un legame.
    “Nel regalarci le parole abbiamo concretamente provato quanta distanza/vicinanza c’è fra me e te. Più avvicini la corda con le mie parole e più mi sei vicino”. ( Dall’ informativa della mostra).
    Fondamentale l’importanza di stare e parlare in gruppo.
    In gruppo si scatena la natura dinamica del pensiero divergente e creativo, le idee lievitano e alla fine emerge all’improvviso l’osservazione acuta e particolare sull’argomento proprio come fa il tappo di una bottiglia di spumante. (“Parlando ci facciamo dei regali….. le parole sono come una corda che noi teniamo in mano…..”)
    “La creatività non deriva solo dalle nostre risorse personali, ma anche dal vasto mondo delle idee e valori altrui” (K.R.) Entra in gioco l’importanza della condivisione, della co-creatività, della co-educazione e della gratuità reciproca.
    I bambini con il loro modo concreto di vedere la realtà mi riportano spesso all’essenziale dei principi e dei valori del mio operare: è importante, per crescere nella relazione con gli altri confrontarsi, mettersi in gioco, assumere uno stile di gratuità/autenticità che significa dare ciò che siamo senza pretendere niente in cambio ed essere grati per ciò che riceviamo.
    I progetti come questo creano e consolidano un forte legame alunno-insegnante.
    L’apprendimento, come il gioco è un fatto relazionale: “la relazione fa fare le capriole all’intelligenza!”
    Certamente in classe non passano solo conoscenze, contenuti e concetti ma sono trasmesse anche emozioni e motivazioni.
    Quando sono in classe non solo passa ciò che so ma anche ciò che sono.
    Sento che è importante la mia serenità e il mio entusiasmo professionale.
    I bambini della scuola dell’infanzia sono molto sensibili vista la piccola età e inconsciamente assorbono l’espressione emotiva di coloro con cui interagiscono.
    La professoressa Angela Moè dell’università di Padova la chiama “ contagio emotivo”.
    E’ certo (anche se di solito non ci riesco ma ci provo sempre) che un sorriso, un guardarsi negli occhi, fare una battuta simpatica, abbassarsi verso il bambino, fargli sentire che sono lì per lui crea una relazione di fiducia. Trasmette entusiasmo e gioia e getta le fondamenta per alunni motivati, sereni e felici di apprendere divertendosi favorendo il clima giusto perché l’espressione artistica di ogni bambino possa sbocciare.
    È tutto qui!
    Educare che significa “tirar fuori” è il mio compito.
    Un “tirar fuori” dal bambino tutto quello che già c’è!
    Per farlo diventare quello che è!
    Oggi sento la fatica fisica d’insegnare, ma non mi manca lo slancio fresco psicologico e motivazionale, riconosco la ricchezza e lo stimolo che i bambini mi offrono per crescere personalmente e professionalmente e mi danno la possibilità di prendersi per mano e camminare insieme per sentieri inconsueti e sempre nuovi.
    Sono contenta di riuscire ancora a stupirmi e quando credo di dare ricevo sempre molto di più.

      Il catalogo Narrato #1

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      Il progetto biennale ‘Maestra, Facciamo un’Arte?’ ha interessato la Scuola dell’Infanzia Arcobaleno del Comprensivo 1 di Poggibonsi. È stato un progetto composito che si è mosso su due canali di ricerca differenti:
      1- Lavoro creativo e manipolativo con alunni e alunne su temi che riguardano la crescita personale e il diritto all’ Arte dell’infanzia.
      2- Momento di riflessione emotiva e metodologica tra le insegnanti in merito al lavoro svolto.
      La prima fase ha visto la sua conclusione lo scorso maggio 2016 con l’esposizione di tutti i lavori dei bambini e delle bambine realizzati durante l’anno scolastico, nella sala Set del Teatro Politeama di Poggibonsi. Qui il racconto della Mostra ‘Maestra, facciamo un’Arte?’. Qui tutte le foto.
      La seconda fase si concretizza con il Catalogo Narrato che cominciamo a pubblicare oggi.

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